Mediazione: conclusioni
Spesso noi tutti ci sentiamo come in questo quadro di Edvard Munch, angosciati, sconcertati, in preda al panico, credendo che il conflitto che avvertiamo dentro di noi ci farà scoppiare la testa: spesso diventiamo ciechi, incapaci di trovare una soluzione, perché troppo coinvolti, troppo stanchi, oppure semplicemente troppo delusi per credere che possa esistere una strada diversa.
Dobbiamo continuare a credere che possiamo farcela, che possiamo cambiare le cose fino all’ultimo respiro.
Guardate la vostra mano e ora provate prima ad aprirla e poi a chiuderla: bravi ci siete riusciti, perché lo avete voluto e allora perché non volete con la stessa energia e forza ritrovare voi stessi, perché non provate a recuperare i rapporti che avete più cari prima che si sciolgano come neve al sole.
Giuseppe Ungaretti ha scritto una bellissima poesia dal titolo:
Agonia
Morire come le allodole assetate sul miraggio
O come la quaglia
passato il mare
nei primi cespugli
perché di volare
non ha più voglia
Ma non vivere di lamento come un cardellino accecato
La mediazione può essere definita come “un processo, il più delle volte formale, attraverso il quale unaterzapersonaneutralecerca,attraverso23l’organizzazione di scambi tra le parti, di permettere
La mediazione è un processo volontario e consensuale, dove le parti non delegano ad un terzo la soluzione del proprio conflitto, ma se ne assumono la responsabilità e lavorano per giungere da sole ad un accordo: esse non vivono passivamente il processo, ma ne sono componente attiva e protagonista.
Si crea una situazione di confidenzialità: le parti devono potersi esprimere liberamente, senza temere che le loro dichiarazioni vengano utilizzate a fini giudiziari.
La concezione di responsabilità assume caratteristiche diverse: essa non viene pronunciata
da un terzo estraneo al conflitto (come il giudice), ma nasce all’interno della relazione tra le parti,
che, con l’aiuto del mediatore, si riconoscono responsabili non “DI QUALCOSA”, ma “VERSO
QUALCUNO”^^^^^^^
Il mediatore deve essere inteso come un terzo neutrale, privo di ogni potere sulle parti,il cui compito è quello di apportare non soluzioni, ma regole al processo di mediazione;egli diviene una sorta di catalizzatore,ossia un elemento in presenza del quale si modifica una relazione, e che crea unnuovo “sistema”, incardinandosi in quello del rapporto conflittuale: suoesclusivo compito è quello di facilitare la comunicazione e permettere alle parti di ritrovare un canale di ascolto, senza esercitare alcun potere su di esse.
La sua funzione, dunque, non è quella di risolvere il conflitto, ma di condurre o semplicemente accompagnare il processo in corso, facendo in modo che le parti siano sempre attivamente impegnate; il mediatore dovrà incontrare i mediati senza giudicare, senza volontà di fare alcunché, senza un progetto sugli altri e ponendosi solamente quale facilitatore di un overlapping, di uno spazio di coincidenza che saranno i mediati a trovare producendo un dialogo e trovando una distanza che permetterà loro di (ri)costruire una visione differente della situazione attuale.
Terzietà, imparzialità, ascolto, assenza di “potere”, mancanza di direttive precostituite non significano però passività, inazione: il mediatore infatti non solo informa e osserva, ma prepara le parti al confronto, aiutandole a trarre da sé gli elementi positivi e utili alla risoluzione del conflitto, per portarli in mediazione il giorno dell’incontro: durante il confronto tra le parti, il mediatore ha innanzitutto il compito di affrontare la crisi iniziale creata dal conflitto, lavorando con i sentimenti e le fantasie negative e introducendo nuovi elementi di riflessione per facilitare, se necessario, un mutamento di approccio di ciascuna parte verso l’altra, con un aumento di flessibilità delle posizioni di ciascuna delle due.
Solo in questo modo, allora, la soluzione del conflitto è il risultato di un processo dinamico e partecipativo tra i soggetti coinvolti, che restano i veri protagonisti della mediazione.
E’ ben vero, tuttavia, che la nostra società ha un rapporto alquanto singolare con le emozioni,soprattutto con quelle etichettate come negative: esse vengono per lo più ritenute scomode, qualcosa da tenere in disparte e ad esse si riservano pochi e ridotti spazi: si tratta di un modo di confrontarsi con la sfera emotiva fondato su un’impostazione per la quale il primato del razionale è pressoché irrinunciabile, talché risulta assai diffusa la propensione ad assimilare la sofferenza e le sue fonti ad un problema da risolvere con gli strumenti dell’intelletto.
L’esperienza, tuttavia, insegna che la persona angosciata o arrabbiata è assai poco recettiva rispetto ai consigli pratici (ha sempre qualcosa da obiettare), alle ragionevoli soluzioni proposte da parte di terzi, benché autorevoli, alle generiche rassicurazioni e alle consolazioni a buon mercato.
Più efficace sotto molteplici punti di vista è un approccio di tipo diverso, cioè quello dell’ascolto empatico, strumento caratteristico di chi lavora in mediazione, e che viene utilizzato sia nelle fasi preliminari che nell’incontro vero e proprio tra le parti, strumento che a poco a poco viene appreso e assunto anche dai due confliggenti, consentendo un confronto più proficuo delle rispettive posizioni: ascoltare, in questo senso, non significa cercare a tutti i costi una soluzione, né tentare di “guarire” l’altro dalla sua emozione e neppure procurargli vaghe consolazioni, bensì accogliere l’esperienza emozionale e “trattenersi” in essa, vuol dire insomma entrare in risonanza con ciò che l’altro prova (esercitare la capacità di ascolto è la premessa non tanto per capire razionalmente quanto per comprendere emozionalmente).
La comprensione delle emozioni e dei sentimenti del soggetto che parla è andare alla ricerca di motivazioni occulte e inconfessabili: questa comprensione consente all’altro di dare un nome all’emozione e nominandola, egli avrà la possibilità non solo di porla di fronte a sé, ma anche di sentirsi autorizzato a sperimentarla consapevolmente, permettendole di emergere e di esprimersi attraverso canali e modalità salutari per sé e non “imbarazzanti” per gli altri.
Certamente l’origine della rabbia e dell’angoscia – laddove di questo si tratti - non spariranno per il solo fatto di aver trovato ascolto, ma neppure il soggetto si troverà di fronte ai consueti e frustranti inviti a fare ricorso al buon senso o alle sbrigative rassicurazioni - del genere “vedrai che passerà” oppure “ogni problema ha la sua soluzione” – le quali il più delle volte generano soltanto frustrazione; la comprensione e l’ascolto possono invece restituire fiducia e speranza poiché riducono il sentimento di solitudine.
Ascoltare empaticamente l’altro secondo l’ottica del mediatore significa, infatti, non eludere la sua sofferenza, ma facilitarlo nell’affrontarla, comunicandogli la sensazione di non essere solo, e che si è disponibili ad accettare anche le sue parti “irrazionali”, senza censurarle né giudicarle.
Certamente soggiornare dentro il disagio altrui è difficile quasi quanto tollerare il proprio, e ciò rende l’approccio alla dimensione emotiva un processo faticoso, quando non addirittura insopportabile.
Alessandro Baricco in un suo libro intitolato “Oceano mare” narra di un pittore che sulle rive del mare dipinge un quadro e parlando con un uomo che gli si affianca, dice che non si lascerà morire fino a quando non avrà terminato la propria opera.
Ciò significa che rimarrà con forza aggrappato alla vita fino all’ultimo respiro, lottando con energia: anche noi dovremmo comportarci nello stesso modo, dovremmo non aver timore di affrontare i nostri scheletri nell’armadio, dovremmo non aver paura dinnanzi alle difficoltà, perché è meglio passare una vita combattendo che seduti in un angolo a vederla scorrere via!
Ah dimenticavo di dirvi che il pittore del libro di Baricco è un uomo cieco, che dipinge il suo quadro con l’acqua del mare!
Spero di essere stata chiara in questa brevissima narrazione sul cosa sia la mediazione: ovvio che in queste pagine c’è solo un piccolo accenno, ma mi auguro di aver incuriosito chi legge ad approfondire con noi l’argomento e a crederci.
Ci vuole
un coraggio
da leoni
per uscire dal guscio!