Mediazione: nuova “chiave” di lettura per i conflitti

Non soltanto l’ideale della famiglia estesa, patriarcale, ha da tempo lasciato il passo alla famiglia nucleare, isolata, costituita esclusivamente dai coniugi e da uno o due figli, sotto la spinta di pressanti e più ampie trasformazioni sociali: il ritmo e la profondità dei cambiamenti non sono affatto diminuiti con il tempo e oggi anche l’immagine di quella “società naturale fondata sul matrimonio”, descritta dal legislatore nella Costituzione all’art. 29, comma 1, sembra essersi frantumata, dispersa, moltiplicata nelle realtà delle famiglie monogenitoriali, bilaterali, ricostruite, allargate e delle diverse forme di unioni e convivenze di fatto, la cui maggiore visibilità si traduce in una richiesta sempre più forte e ineludibile di riconoscimento e di tutela.

Oggi come allora la famiglia resta una delle più importanti formazioni sociali intermedie tra il cittadino e lo stato, uno di quei gruppi nei quali, sempre in base all’art. 2 della Costituzione, l’individuo svolge la propria personalità e lo stato è chiamato a tutelare i diritti inviolabili di costui, uno di quei gruppi che l’ordinamento giuridico si limita a riconoscere e non a creare.

Sulla forma e sui limiti della ingerenza del legislatore e del giudice nella regolazione dei rapporti tra i membri della famiglia, da molto tempo riflette la migliore cultura giuridica che con Jemolo ha proposto la celebre immagine della famiglia intesa “come unisola a sé stante, che il mare del diritto può lambire soltanto”.

Fino ad oggi ad affiancare il sapere giudiziario e a collaborare con esso c’è sempre stato il sapere psicologico: come dice Gullotta-Santi (1988) “da un lato il giudice tende a chiedere al perito di decidere per lui. dallaltro il perito è portato a trasformare il contesto peritale in un contesto di relazione di aiuto, in cui si trova più a suo agio, approfittando del tempo peritale per tentare una sorta di psicoterapia”.

Purtroppo i tempi, i modi e soprattutto gli obiettivi dei due contesti sono troppo diversi e si tratta dunque di un tentativo predestinato a fallire: al di là di queste improprie commistioni, è tuttavia a cavallo e all’incrocio di due saperi così tanto distanti tra loro, che è nata e si è sviluppata la possibilità di una diversa interferenza nella comunità familiare, una opportunità recente e allo stesso tempo antichissima, che si chiama MEDIAZIONE.

La mediazione indica che il conflitto familiare non deve essere demandato all’autorità di un giudice o di uno psicoterapeuta (o diciamo non subito e non solo), ma possa essere affrontato e talvolta superato attraverso l’intervento di un nuovo e diverso terzo.

Quest’ultimo deve essere imparziale e neutrale, ma in maniera diversa da un giudice, attento alla dimensione emotiva del conflitto, ma senza perseguire direttamente gli obiettivi terapeutici: il mediatore familiare interviene in una disputa senz’altra autorità che quella che gli vienericonosciutaericonfermatainogni3 momentodallepartistesse,percuiilsuoscopoè

quello di permettere a queste di confrontare i rispettivi punti di vista e di ricercare con il suo aiuto una soluzione al conflitto che le oppone.

Pensiamo per un attimo all’immagine della chiave di volta richiamata nella parte iniziale del nostro viaggio alla scoperta della mediazione.

 

Mediatore

Come si vede bene in questa immagine, il mediatore familiare si intromette in conflitti che possono a volte presentarsi come altamente distruttivi, eppure in un certo senso è disarmato: la sua opera testimonia il cedimento, la rottura dell’autonomia della comunità familiare, eppure è diretta esclusivamente a restituire il conflitto ai suoi membri, affinché questi possano trovare in se stessi le risorse per evitare ingerenze più drastiche e soluzioni meno adatte alle loro specifiche esigenze.

In una corretta impostazione dei rapporti tra la mediazione e il giudizio, la mediazione non comporta affatto, come alcuni paventano, un esproprio delle funzioni normalmente esercitate dai legali rappresentanti delle parti: al contrario i mediatori hanno bisogno degli avvocati, non solo perché questi sono le uniche figure che possono realisticamente promuovere un tentativo di mediazione prima e al di fuori del giudizio, ma anche e soprattutto quali “portieri” che possono traslare gli eventuali risultati della mediazione nel procedimento giudiziario, mantenendo distinte le rispettive logiche che li presiedono.

Gli avvocati a loro volta possono giovarsi della collaborazione con i

mediatori familiari per conservare il loro ruolo di consiglieri fidati delle parti,

senza trasformarsi di volta in volta in confidenti, psicologi, consolatori o

viceversa armi improprie nelle mani dei propri clienti.

Analogo discorso può essere improntato per gli operatori di formazione psicologica che possono intervenire a vario titolo nel trattamento del conflitto familiare: se i primi segnali di attenzione verso la mediazione sono stati lanciati da una cultura psicologica che sentiva la necessità di poter affrontare le controversie familiari al di là degli stretti limiti dell’incarico peritale, col passare del tempo è diventato sempre più chiaro che le competenzenecessarieperlediagnosiele4consulenzepsicologiche

sono profondamente diverse da quelle che servono per poter mediare un conflitto.

Fino ad ora abbiamo parlato di mediazione considerando solamente l’accezione di familiare, ma è opportuno dire che chi scrive ritiene che la mediazione non sia solo questo, ma rappresenti una forma mentis nuova, uno strumento importantissimo per cercare di dirimere qualunque tipologia di conflitto: familiare,culturale, penale, scolastico,….

Oggi le persone vivono un tale carico di tensioni inespresse da rappresentare in ogni istante una bomba ad orologeria tesa ad esplodere senza preavviso: la nostra più recondita essenza viene violentata quotidianamente dalla rabbia che veleggia nell’aria, dalla cattiveria e dall’egoismo che sovrastano in questo nuovo millennio.

Passeggiamo per le strade senza neanche più guardarci intorno, senza vedere il volto di chi ci passa accanto, senza riflettere su niente che non ci riguardi in prima persona: tante ore della nostra giornata le viviamo imbottigliati nel traffico, maledicendo e imprecando contro chiunque si ponga sulla nostra strada, intralciando il passo.

Sembriamo apparentemente assuefatti dalle immagini che entrano

nelle nostre case attraverso i telegiornali, immagini di bombe

atomiche che radono al suolo intere città, che uccidono un numero incalcolabile di vite innocenti, colpevoli forse solo di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, immagini di guerre atroci basate, a parole, su nobili ideali di vita, di rispetto, di religione, ma che in realtà nascondono in modo recondito interessi politici, personali, economici, privi di dignità ed eroismo.

 

in essere per il “bene” del mondo.

Sembriamo assuefatti da un bimbo che piange perché lasciato solo da genitori i cui corpi verranno forse ritrovati sotto qualche maceria, appariamo insensibili dinnanzi alle deformazioni causate dai tanti esperimenti scientifici posti

La cosa forse che ritengo più agghiacciante è la nostra insensibilità dinnanzi anche alle bellezze della vita, quali la nascita di un bimbo, la disarmante magnificenza di un tramonto, l’assoluta bellezza e purezza di un fiore che sboccia: sembra che ogni cosa ci sfiori da lontano, senza scalfirci neppure, senza coinvolgerci.

No, non è così e non so dire se per fortuna o purtroppo; c’è chi ritiene ancora che l’incoscienza, quella pura dei bimbi, che con i loro occhini enorme guardano al mondo dal suo lato migliore, renda felici: io ritengo che gli adulti non possano evitare di guardare, visto che la realtà ci schiaffeggia ripetutamente anche se non vogliamo.

10penso che questa apparente nostra assuefazione, in realtà nasconda una grande inquietudine: tutto parte dal nostro inconscio senso di frustrazione di non essere in grado di cambiare le cose, di non riuscire più ad essere padroni della nostra vita, di non poter più garantire come una volta ai nostri figli, ai nostri cari, una sicurezza per il futuro basata unicamente sulla tranquillità economica.

Ecco che tutta questa rabbia la esterniamo col nostro compagno, con i figli, al lavoro, col vicino, la manifestiamo con una estrema intolleranza nei confronti di chi è diverso da noi per il colore della pelle, per la religione, per vari handicapp.

Qui entra in gioco la mediazione, la voglia di ritornare a comunicare con lo stesso linguaggio, abbattendo quelle frontiere invisibili che risultano più resistenti e rigide di ogni possibile muro innalzato: se parliamo siamo in grado di dire agli altri ciò che ci passa per la mente, se ascoltiamo mettiamo nella condizione gli altri di dirci ciò che passa a loro per la mente, ma se una di queste due capacità ci manca o rimane latente in noi tutto diventa ostile, grigio, privo di contorni.

11linguaggio non è solo uno strumento per comunicare con altri, ma è prima di tutto un modo per rappresentarsi realtà ed esperienze, trovandosi con queste ultime fortemente interrelato: potremmo dire che il linguaggio è un modo per focalizzare la nostra esperienza.

Per chiarire cosa intendo, occorre tenere presente quello che dissero Korzybski e Bateson a proposito di mappe e territori.

Provate per un attimo a pensare ad una persona conosciuta: voi ora avete in mente Andrea, state vedendo il suo viso, sentendo la sua voce e magari state provando il senso di allegria che Andrea di solito stimola in voi.

In realtà è chiaro che quello che avete in mente ora non è Andrea che al momento è da un’altra parte, ma è la vostra rappresentazione di Andrea, così come una mappa non è il territorio ma una sua rappresentazione più o meno fedele.

Come abbiamo fatto a trasformare Andrea da una persona in carne ed ossa ad una rappresentazione mentale? Andrea è al di fuori di noi, possiamo dire che appartiene alla realtà esterna, e noi possiamo percepirla solo attraverso la nostra realtà interna, cioè le nostre conoscenze, emozioni, idee, esperienze passate, ecc..

Le nostre rappresentazioni, sono quindi la zona di coincidenza tra la realtà esterna e quella interna; questo passaggio avviene essenzialmente grazie a tre meccanismi, che secondo Bandler e Grinder sono generalizzazione, cancellazione e deformazione: il pericolo è di rimanere ancorati ad una idea, ad una immagine, giusta o errata che sia, privi della capacità di leggere oltre.

Spesso le parti che vengono in mediazione si accorgono di non essere più in grado di fuoriuscire da quelle immagini che si sono creati l’un dell’altro, si rendono conto di non poter vedere oltre, oltre quella rappresentazione che loro stessi si sono auto-creati.

Karl Jaspers disse che “se è vero che le crisi gravi si prestano noi stessi, è anche vero che quelle stesse crisi possono mil mediatore è solo

lo strumento atto a far riprendere la comunicazione, a dare gli strumenti idonei per imparare a parlare e ad ascoltare, per mobilitare le nostre migliori risorse inesplorate.

La mediazione viene anche utilizzata per riuscire a gestire le proprie emozioni, i propri sentimenti quando gli altri cercano di avvicinarsi a noi, di entrare in contatto con noi sia in modo fisico e che psichico.

Avete mai sentito parlare di uovo prossemico? Si tratta di una metaforica bolla che circonda ognuno di noi e al suo interno non gradiamo la presenza di altre persone: ovviamente la bolla ha dimensioni variabili in funzione di una serie di fattori, quali il tipo di relazione con l'interlocutore, il contesto, il sesso, la stazza e anche elementi di ordine culturale.

La costante è che,quando qualcuno si avvicina oltre il limite che abbiamo stabilito per lui, si possonoavereduereazioni:la fuga o Se l'uovo prossemico, essendomisurabile, ha quasi la dignità di un

oggetto fisico,comepurametafora possiamo parlare dell'esistenza di un uovo psicologico;l’immagine ci aiuta a comprendere come ognuno di noi disponga le l’aggressività.

persone, le cose e le idee ad una certa distanza dal nucleo: così più ci avviciniamo al centro, più l'investimento emotivo aumenta e la reazione si fa intensa.

Se ci pensiamo credo che tutti noi possiamo ricordare di aver visto qualcuno prendersela in un modo che sembrava assolutamente sproporzionato, per una battuta nemmeno troppo cattiva: se riusciamo ad uscire dall'equazione o è matto o è cattivo, che spesso si riscontra in queste circostanze, potremmo avere la rivelazione di vedere che l'argomento della battuta era semplicemente posto nel nucleo affettivo del soggetto.

La forma perfetta, essenziale ed elegante delle uova ha ispirato artisti ed orafi e suggerito, fin dalla notte dei tempi, simbologie e significati sia religiosi che laici; proprio per la loro particolare forma e anche per il loro contenuto, le uova hanno rappresentato nell'immaginario collettivo di una umanità ancora digiuna di conoscenze scientifiche, il mistero e la sacralità della Vita, della sua creazione e del suo rinnovamento.

La splendida tela de "La Madonna col Bambino, Santi, Angeli e Duca da Montefeltro" di Piero della Francesca, a Brera (Milano), per i cultori di queste teorie, è un esempio del significato simbolico dell'uovo-zero perché, grazie al sapiente uso prospettico della luce, l'uovo diventa quasi protagonista dell'opera alla quale l'artista sembra avere affidato un messaggio interiore, ricco di mistero.

L’uovo è dunque una preziosa metafora, l’uovo, con la sua fragilità e la sua freschezza: pensate solo a quanta cura dobbiamo utilizzare quando ne maneggiamo uno.

Maneggiare forme regolari e resistenti è semplice, lo facciamo tutti fin da piccoli; riuscire invece a gestire e non rompere una vitale forma ovoidale esige attenzione, dolcezza, concentrazione, padronanza del corpo, del respiro, lucidità, tempismo: non sono forse questi tutti elementi che sono indispensabili anche in tutti i ruoli di responsabilità nella vita privata o professionale?

Certo, le uova sembrano tutte uguali, ma se un uovo diventa il tuo uovo, da personalizzare, da costruire, da difendere, da conoscere, allora non esistono più somiglianze: occorre capire le differenze e allenare lo sguardo alla loro ricerca immediata.

Pensate di essere in un gruppo e di avere tutti un uovo in mano; affidare ad un altro il proprio uovo necessita di fiducia, di confidenza, di intesa, di sforzarsi a interpretare rapidamente lo stato emotivo e l’equilibrio psicofisico delle altre persone e del gruppo: prendersi cura del proprio uovo significa gestire se stessi con controllo, ma non con rigidità, trovare una tecnica armonica per maneggiare la fragilità, non c’è tempo per pensare, bisogna ben agire.

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