Tipi di mediazione

La famiglia è stata sicuramente un tema importante fin dall’antichità: si parlava di nucleo patriarcale in quanto il pater familias, il capo famiglia, era rappresentato dal padre e prima ancora dal nonno o dal bisnonno a seconda di chi fosse il più vecchio membro maschile del gruppo.

A lui e alle sue decisioni si portava rispetto senza discussione alcuna, a prescindere dalla fondatezza o meno delle sue idee.

 

Anche nell’arte la famiglia è stata sempre dipinta, come mostra questo dipinto di Botero qui a destra: essa viene rappresentata nella sua essenza, quella che forse si avvicina più ai nostri tempi, cioè una famiglia nucleare, composta dai due genitori e dai figli.

 

 

 

 

 

 

 

Come si vede, già qui non compaiono più i vari parenti, in quanto si ritiene che le decisioni importanti vengano assunte all’interno delle quattro mura familiari, senza prevaricazioni esterne.

Forse i ragazzini oggi rappresenterebbero la famiglia come quella dei loro cartoni animati preferiti, i Simpson, al cui interno vediamo rapporti diversi tra i membri: il padre e la madre presentano una scarsa genitorialità e i figli sono un po’ lasciati allo stato brado.

Piace perché sono divertenti, anche se in realtà, nel caso in cui venissero realmente analizzati, farebbero fuoriuscire un’immagine amara della odierna società, in cui le persone difficilmente si soffermano a parlare, a riflette e a comunicare e ciò avviene sia tra gli adulti che nei riguardi dei figli.

La mediazione familiare da noi è vista in modo un po’ più complesso e articolato rispetto ad altre associazioni: all’interno di questo grande vaso di Pandora in realtà possiamo trovare:

§€ persone che vogliono ridefinire la propria identità personale all’interno della propria famiglia;

§€ persone che vogliono negoziare questioni relative alla separazione eventuale o già in corso, affinché avvenga comunque nel modo più sereno possibile per sé e per i propri figli;

§€ persone che vogliono imparare a comunicare tra loro per farsi capire e capire a loro volta l’altro, oppure semplicemente desiderano ricominciare a farlo, perché da tempo hanno smesso, travolti dal vortice dell’abitudine, della vita frenetica, della fatica (sì è faticoso comunicare!);

§€ genitori che sono travolti da eventi che “spiazzano”, come la nascita di un figlio, che inevitabilmente comporta nuovi ruoli all’interno della famiglia, nuovi compiti, nuove responsabilità;

§€ genitori che faticano a capire il linguaggio dei propri figli, che si sentono da loro lontani anni luce come mentalità, come ideali…;

§€ genitori che si trovano a crescere figli con problemi ed handicap di varia natura.

Il ruolo del mediatore si distingue da quello dello psicoterapeuta, dell’assistente sociale o dell’avvocato, come detto più volte in questa relazione: il mediatore non psicoanalizza la persona che a lui si rivolge, ma lo aiuta ad aiutarsi, a scorgere dentro di lui gli strumenti per risolvere il conflitto da solo.

Per fare ciò a volte usa anche il cd. Genogramma, che è simile ad un albero genealogico, limitato però alle figure che vengono ritenute importanti dalla persona in quel momento, o che lo sono state in passato, figure con le quali si avverte di avere ancora un rapporto, o un legame spezzato, o un’unione ambigua, perversa, deleteria per se stessi.

Il genogramma aiuta a capire nel caso della separazione chi può aiutare gli ex coniugi nella nuova situazione, nei riguardi dei figli minori e non solo, ma può essere anche uno strumento per comprendere il motivo per il quale non si è mai comunicato, o si è smesso di farlo, per interpretare le proprie azioni, i propri detti e soprattutto i propri non detti, alla luce di

episodi dimenticati o di persone che sono o hanno fatto parte della loro vita seppur per breve tratto.

Ciò non vuol dire che il mediatore, nel caso in cui si accorga che alle persone che gli stanno dinnanzi serve una terapia di coppia, uno psicologo, uno psicoterapeuta, un sessuologo, …, non lo faccia presente, demandando a questo esperto del settore la risoluzione di un problema di cui però fino a quel momento non si era preso coscienza.

Come mediatori noi ci affianchiamo a varie figure professionali, come quelle poc’anzi citate, ma in modo forse innovativo riteniamo importante sottolineare la nostra completa adesione circa l’importanza della figura dello psicomotricista, il quale svolge in via autonoma o in collaborazione con altri dell'ambito educativo e sociale, interventi di educazione e prevenzione nel rispetto della globalità psicofisica dell'individuo, utilizzando metodologie a mediazione corporea.

 

 

In particolare:

3.opera per la mobilizzazione delle risorse psicofisiche della persona e del suo contesto.

Lo Psicomotricista, alla base del suo intervento, postula l'unità della persona, riconoscendo e favorendo l'interazione tra l'area motoria, cognitiva e affettiva: attiva e favorisce nell'altro la progressiva conoscenza di sé, a cominciare dal sé corporeo, e dall'ambiente, attraverso la motricità e le capacità simboliche della persona.

Egli attua i progetti di intervento in ambito:

L'approccio psicomotorio ha come terreno specifico di intervento il rapporto tra il corpo e i processi psichici nella costruzione dell'identità attraverso la via corporea, nonché il rapporto tra corpo ed espressività, qualunque sia il livello di capacità motorie della persona.

Utilizzando la conoscenza di questi rapporti e la capacità peculiare di lettura della comunicazione non verbale (movimento, tono, postura, gesto, sguardo, uso degli oggetti, dello spazio, ecc.) lo Psicomotricista interviene nella relazione con metodologie psicomotorie (attività percettive, cognitive, ludico espressive, rilassamento, comunicazione non verbale, ecc.) con l'obiettivo di favorire in primo luogo il processo di integrazione fra i diversi piani espressivi e conoscitivi che stanno alla base di quel fenomeno complesso che è la costruzione dell'identità.

Questo obiettivo si realizza non in un percorso di insegnamento-apprendimento di abilità, quanto in contesti comunicativi, dove la rete di scambi rende possibile il riconoscimento dell'altro, lo stimolo e il riconoscimento delle sue risorse.

Questa figura è di aiuto al bambino per scaricare le ansie del conflitto che gli proviene da un rapporto difficile con i genitori o il genitore, o dalla tensione che inevitabilmente incamera in fase di separazione o divorzio: bisogna pensare non solo a ridare fiducia, stimoli giusti e aiuti agli adulti, ma soprattutto ai bambini.

Durante una mediazione un ragazzino di 14-15 anni ha detto che noi siamo come una banca: se qualcuno viene a chiederci dei soldi, ma noi non li possediamo, come facciamo ad aiutarlo?

Prima dobbiamo caricare le nostre pile o poi saremo in grado di soccorrere gli altri, i nostri amici, i nostri figli, il nostro compagno.

Il setting della Mediazione Familiare è specifico per una buona accoglienza e per favorire un clima di fiducia e parità tra i partner e tra questi e il mediatore: tale ambiente facilita l'espressione delle emozioni e consente una positiva gestione della conflittualità, trasmettendo calma e serenità.

L'organizzazione dello spazio ha infatti una funzione importante in quanto condiziona l'interazione tra gli individui: ad esempio, le stanze dove vengono effettuati i colloqui solitamente non prevedono la presenza di scrivanie, segnali di gerarchia, mentre le poltroncine vengono disposte a circolo, modalità che favorisce la comunicazione e l'interazione diretta.

Relativamente alla durata della Mediazione Familiare, un intero percorso è strutturato in 8-12 incontri, presenti entrambi i genitori, della durata di un'ora e mezza, a cadenza quindicinale: è la coppia in ogni caso che sceglie le problematiche da negoziare.

E' possibile quindi che essa senta il bisogno di portare in Mediazione solo alcuni dei temi che vengono tipicamente affrontati nell'ambito di una separazione, avendo per gli altri già elaborato in autonomia delle soluzioni soddisfacenti: in tali casi si parla di Mediazione mirata.

Gli accordi raggiunti in Mediazione non vincolano giuridicamente la coppia, la quale può decideredirispettarliperriorganizzarela14propriavitainmodoautonomoodisottoporlial

proprio avvocato perché li trasfonda in un atto giuridico e avviare così una procedura legale congiunta: l'avvocato e il mediatore hanno quindi un ruolo tra loro autonomo e complementare.

L'avvocato può fornire consigli e pareri motivati al cliente elaborati in base alle proprie capacità professionali, mentre il mediatore fornisce informazioni di carattere legale, ma non può rilasciare pareri, poiché questi implicherebbero un giudizio che inquinerebbe la neutralità cui è tenuto per il buon esito della negoziazione tra i genitori.

Ogni genitore non smette di esserlo solo perché si separa: genitore lo rimarrà per sempre e il fatto di non essere stato un buon marito o di non essere stata una buona moglie non pregiudica il fatto di essere un buon padre e una buona madre, o di lavorare per diventarlo.

La mediazione deve trasformarsi col tempo in uno strumento di prevenzione della conflittualità: scaricare tensioni, ansie, insicurezze eviterà il conflitto dalla nascita e forse farà trovare a questa nostra società un po’ di pace in più.

■ Mediazione culturale

La mediazione culturale ha l’obiettivo di facilitare le relazioni tra gli autoctoni ed i cittadini stranieri, con l’intento di promuove la reciproca conoscenza e comprensione, al fine di favorire un rapporto positivo fra soggetti di culture diverse: gli elementi che maggiormente caratterizzano i mediatori culturali sono la competenza comunicativa, l’empatia, l’ascolto attivo e la conoscenza sia del Paese di accoglienza, sia del Paese di provenienza (cultura, leggi, tradizioni, ecc.).

Gli stranieri che vengono nel nostro paese si trovano soli, dinnanzi ad una lingua che non conoscono, ad una società spesso ostile che nega loro una possibilità, usanze e abitudini diverse, spesso incomprensibili.

Il mediatore in tal caso dovrebbe tentare di far comunicare culture diverse, facendo imparare a noi italiani lo stile di vita degli altri paesi e agli stranieri il nostro, trovando affinità sulle quali aggrapparsi per partire e cercando di smussare gli angoli e le differenze che ci separano.

(“Solitudine” di Fabrizio Buttafava)

I mediatori culturali chiedono a tutte le istituzioni italiane e all’associazionismo di concentrare gli sforzi per sviluppare un modello di integrazione libero dalla paura della diversità e senzaanteporrel’ideadellasicurezzaalfenomeno dell'immigrazione, fenomeno ormai

internazionale condizionato da una situazione socio-economica a livello mondiale che deve fare i conti con la distribuzione delle risorse e dello sviluppo fra il Nord e il Sud del mondo.

Il fenomeno delle migrazioni sta trasformando l'Italia in un Paese multiculturale, dove vivono fianco a fianco persone di lingua, religione e cultura diverse: conoscere l'altro, la sua realtà

storica, culturale e religiosa è sicuramente uno degli aspetti fondamentali per la realizzazione di una convivenza pacifica e per una buona gestione del fenomeno immigratorio.

La mediazione culturale è apparsa e si è affermata in Italia solo recentemente, sulla base di esperienze già iniziate negli altri Paesi europei, grazie sia al superamento di una originaria visione in termini di emergenza dell'approccio al fenomeno migratorio, sia alla scelta di una politica complessiva di integrazione della popolazione immigrata.

Il Testo unico sulla disciplina dell'immigrazione ed il Documento programmatico relativo alla politica dell'immigrazione qualificano la mediazione culturale come un elemento costante delle politiche di integrazione sociale, indispensabile da un lato per consentire ai nuovi cittadini di esercitare i loro diritti e, dall'altro, per facilitare nella nostra società l'integrazione culturale

attraverso la conoscenza e lo scambio reciproci, cercando di assicurare uguali opportunità nel rispetto della diversità.

La sfida delle politiche di integrazione sta proprio qui, nell'esigenza, oggi più che mai attuale e sentita, di far conoscere, rispettare e valorizzare le diversità, superando le reciproche diffidenze, paure e pregiudizi, al fine di prevenire comportamenti discriminatori, xenofobi e antirazziali e per consentire una convivenza democratica, ordinata e positiva; come si vede in questo quadro intitolato “Rinascita” di Fabrizio Buttafava, dobbiamo cercare di aprire quelle tende che non permettono né a noi né a loro di conoscerci a fondo e forse, facendo così, scopriremo reciprocamente realtà poi non così brutte e pericolose.

Analizzando i bisogni di mediazione degli utenti appartenenti alle culture minoritarie e degli operatori che devono rispondere loro, si può delineare la mediazione culturale come un processo duplice e reciproco di decodifica della comunicazione che si applica a tre livelli:

ricoprono un ruolo professionale e/o istituzionale e gli altri, per i bisogni o per i disagi di cui sono portatori, si trovano in posizione di fragilità e dipendenza nei confronti di chi eroga loro i servizi.

La mediazione culturale ha l'obiettivo di creare un contesto comunicativo nel quale le persone di culture diverse possono considerare normali cose che all'inizio sembravano strane o

bizzarre perché appartenenti a culture estranee alla propria.

c) un livello psico-sociale

Il mediatore linguistico culturale quindi è la figura professionale che ha il compito di facilitare la comunicazione e la comprensione, sia a livello linguistico che culturale, tra l'utente di etnia minoritaria e l'operatore di un servizio o ente pubblico, ponendosi in modo equidistante e neutrale tra le parti interessate: il mediatore è tenuto a svolgere l'attività di facilitazione con imparzialità e deve garantire riservatezza sui contenuti del colloquio.

Collabora alla definizione delle strategie di diffusione delle informazioni curandone l'impatto con le specifiche aree culturali.

In ambito sanitario il ruolo del mediatore consiste nell’accogliere l'utenza straniera, facilitare la comunicazione durante le visite ed i colloqui con pazienti stranieri, fornire consulenza e chiarificazioni al personale sanitario sulla cultura di provenienza dell'utente, produrre materiale informativo: inoltre il mediatore fornisce assistenza all'utente straniero nel disbrigo delle pratiche di iscrizione al SSN e nell'orientamento presso le strutture sanitarie presenti sul territorio.

In ambito giuridico il ruolo del mediatore consiste nell’effettuare traduzioni giurate, produrre materiale informativo nella lingua madre dell'utente, accompagnare i cittadini stranieri nei vari uffici, fornire consulenza al personale di servizio sulle specificità delle culture di appartenenza degli utenti, offrire orientamento per il disbrigo delle pratiche burocratiche (permessi di soggiorno, ricongiungimento familiare, ecc.).

In ambito sociale il ruolo del mediatore consiste nell’accogliere gli utenti stranieri che si rivolgono al servizio sociale, facilitare la comunicazione tra operatori sociali ed utenti qualora sia difficile la comprensione linguistica e/o culturale (modello educativo, peculiarità religiose), chiarire ai cittadini stranieri i ruoli ed i poteri ricoperti delle figure professionali operanti nell'ambito sociale, offrire consulenza agli operatori sociali per facilitare la risoluzione dei casi in cui sono coinvolti utenti stranieri.

In ambito lavorativo il ruolo del mediatore consiste nell’offrire consulenza agli operatori a contatto con il pubblico, produrre materiale informativo, fornire consulenza ai cittadini stranieri per la redazione dei curricula e la compilazione della modulistica, istituire e gestire una banca dati/archivio per la ricerca lavoro, divulgareinformazionirelativeall'ottenimento

dell'equipollenzadeititolidistudio,illustrarele17procedurenecessarieperottenerelaconversione

delle patenti, agevolare il disbrigo delle pratiche burocratiche (ottenimento del permesso di soggiorno, ricongiungimento familiare, ecc.), favorire i contatti con i datori di lavoro, agevolare l'ottenimento dei contratti di lavoro.

In ambito scolastico il ruolo del mediatore consiste nel facilitare la comunicazione tra l'alunno straniero e l'insegnante e tra la famiglia straniera e l'insegnante, offrire assistenza temporanea agli insegnanti di alunni che non conoscono l'italiano, fornire consulenza agli insegnanti per facilitare la comprensione di comportamenti problematici messi in atto dai bambini stranieri, fare docenza nei corsi di aggiornamento per insegnanti sulle tematiche dell'intercultura, partecipare alle riunioni tra gli insegnanti ed i genitori stranieri.

Inoltre il mediatore fornisce chiarimenti a insegnanti e famiglie straniere sui diversi modelli educativi, divulga le informazioni relative alle modalità di iscrizioni nelle scuole, produce materiale informativo in lingua straniera relativo alla scuola, si occupa della redazione della modulistica scolastica nella lingua del paese di origine del bambino, prepara materiale didattico nella lingua madre dell'alunno, partecipa ad attività di promozione e valorizzazione di altre culture, fornisce la sua consulenza nei progetti per una didattica multiculturale.

Mediazione penale

A Kitchener, nell’Ontario (Canada), nel maggio del 1974, un probation officer di religione mennonita, dinnanzi a due giovani canadesi che avevano commesso atti di vandalismo in stato di ebrezza, propose al giudice che questi incontrassero le loro vittime al fine di negoziare un risarcimento: la sua proposta non aveva alcun fondamento giuridico, ma nonostante questo il giudice prestò il suo assenso.

Nessuno avrebbe potuto immaginare che il loro caso avrebbe portato a un movimento di dimensioni internazionali.

La mediazione penale è un percorso relazionale tra due o più persone per la risoluzione di conflitti che si configurano come un reato, è una procedura informale a cui la vittima e l’autore del reato aderiscono liberamente, con la quale, tramite l’ausilio del mediatore, le parti confrontano le rispettive posizioni, opinioni, emozioni sentimenti, bisogni, richieste, interessi, al fine di trovare una soluzione comune al loro conflitto, basata sulla riconciliazione e su un accordo di riparazione materiale e/o simbolica.

La mediazione penale si pone quale strumento di riconciliazione tra autori di reato, vittime e società: in essa le parti -autore del reato e vittima- sono coinvolte in prima persona: il mediatore penale, professionista competente e imparziale, non identificato in alcun modo con l’autorità, ha l’obiettivo di trasformare la relazione da “tra antagonisti” a relazione “TRA PERSONE CHE SI

ASSUMONO RESPONSABILITÀ”.

La mediazione penale mira a proporre opzioni che non siano basate sulla punizione rigida e impersonale o sulla de-responsabilizzazione paternalistica-assistenziale, ma su una riparazione del danno.

Nella mediazione penale minorile, l'asimmetria delle parti, vittima e reo, costituisce un fattore specifico che richiede particolari cautele e tutele a protezione dei soggetti ed una diversificazione degli obiettivi della mediazione: questi devono essere chiariti dal mediatore agli interessati per permettere un incontro e una comunicazione efficace tra le parti.

Per la vittima, che nel processo penale minorile non può costituirsi come parte civile (art.10 del D.P.R. 448/88), la mediazione consente di esprimere in un contesto protetto il proprio vissuto personale rispetto all'offesa subita, di uscire da un ruolo passivo, da una morsa che l’attanaglia non permettendo di dar voce e visibilità alla propria identità personale e al proprio dolore.

Al minore - autore del reato, la mediazione permette una responsabilizzazione sul danno causato e sulle possibilità di riparazione: la riservatezza dell'incontro e la separazione dal procedimento penale favorisce l'emersione dei contenuti emotivi legati agli eventi in un contesto relazionale protetto.

Il mediatore ha un ruolo neutrale, non direttivo, di facilitatore della comunicazione oltre che di garante delle regole di interazione verbale che all'inizio dell'incontro di mediazione vengono prioritariamente esplicitate, condivise ed accolte dalle parti: l’esito del percorso di mediazione penale si configura come positivo o negativo e viene comunicato al giudice dal mediatore, senza riferire motivazioni specifiche data la riservatezza dell'incontro.

Per esito positivo s'intende una ricomposizione o significativa riduzione del conflitto: in tal caso si prevede la possibilità di definire accordi di riparazione riguardanti interventi diretti alla vittima, compreso il risarcimento, o attraverso lo svolgimento di attività di utilità sociale: tale opportunità consente, prescindendo dal giudizio penale, una riparazione delle conseguenze del reato con una diretta valenza restitutiva per la vittima ed educativa per l'autore del reato.

Tra gli atti internazionali che costituiscono fonti di indirizzo primario si deve citare “Regole Minime per l'amministrazione della giustizia minorile (O.N.U., New York, 29 novembre 1985)” che sostiene l'utilizzo di misure extra-giudiziarie che comportino la restituzione dei beni e il risarcimento delle vittime.

Nella dimensione nazionale si colloca il documento "L'attività di Mediazione nell'ambito della giustizia penale minorile. Linee di indirizzo" elaborato dalla Commissione Nazionale Consultiva e di Coordinamento per i Rapporti tra il Ministero della Giustizia, le Regioni, gli Enti locali ed il Volontariato ed approvato in sede politica il 30 novembre 1999: il documento risponde all'obiettivodipromuoverel'attivitàdimediazione penale e di fornire orientamenti condivisi e unitari in merito alle modalità di attuazione.

Le prime iniziative in materia di mediazione penale minorile sono state avviate a Torino nel 1995 ed hanno poi interessato numerose altre sedi quali Milano, Bari, Trento: le sperimentazioni si caratterizzano per il carattere interistituzionale che le contraddistingue, infatti, riguardando la vittima e l'autore del reato, coinvolgono conseguentemente il sistema penale e quello sociale.

Il modello organizzativo prevalente è costituito da un organismo, denominato “ufficio” o “centro per la mediazione penale”, con sede autonoma rispetto al Tribunale per i Minorenni, con il quale collaborano operatori dei Servizi Minorili della Giustizia e dei servizi territoriali sociali e sanitari, esperti e volontari.

La mediazione penale si inserisce in un complesso di interventi aventi significato riparativo, che possono comprendere le più svariate attività, quali il risarcimento economico, la riparazione diretta ed indiretta, la prestazione di servizi in favore della vittima o della comunità, purché sia ben chiaro l’intento di fondo, come bene mette in luce Bouchard, affermando che: “Il senso della riparazione indiretta va ritrovato nella connessione tra reato e attività riparatoria, nel passaggio emotivo e logico che intercorre tra atto illecito e azione positiva, tra il fare ciò che non andava fatto e ciò che può (…) essere fatto”.

Mediazione scolastica

La mediazione scolastica mira a considerare e a comporre i conflitti che si sviluppano dentro e fuori le aule, tra allievi e allievi, docenti e allievi, docenti e docenti, come pure tra allievi o docenti e genitori degli allievi.

L'obiettivo e' quello di aiutare a ridurre le tensioni che possono sorgere tra i membri della comunità scolastica, nel rispetto delle singole esperienze e motivazioni, ai fini di ripristinare e conservare scambi costruttivi sul piano umano, individuale e sociale.

Nella scuola diritti, rebilità, comportamento, entrano con valenza più pregnante,

rispetto a qualche anno fa, perchéla violenza si verifica sempre più frequentementenelcontesto scolastico e spesso nasce

semplicemente dall’impossibilitàmdi esprimere le proprie sofferenze e i propri bisogni.

La mediazione risponde essenzialmente l’educazione a sentimenti, all'ascolto, allo individualiesociali,

questa necessità, perché è prendere in considerazione i sviluppo delle responsabilità all'autonomia,all'iniziativa personale e collettiva, al rispetto delle cose e delle persone, rendendo a ogni individuo la propria dignità.

La traduzione pratica di questi ideali prevede un coinvolgimento di tutta la comunità educativa, per sensibilizzarla alle relazioni umane e alla gestione del conflitto, creando uno spazio per la mediazione, formando dei mediatori sia fra gli adulti sia fra i ragazzi, che si assumano questo compito all'interno dell'istituzione.

Il mediatore sarà apprezzato per la sua sensibilità e per la sua equidistanza dalle parti avverse, al fine di aiutare effettivamente a chiarire i meccanismi del conflitto e a ristabilire i contatti.

Il conflitto in ambito educativo si presenta come un'opportunità per realizzare un clima relazionale costruttivo in classe, improntato sul confronto:

Liceberg del conflitto

La scuola è sicuramente una delle più importanti agenzie di socializzazione, luogo di crescita e di formazione per la personalità dei ragazzi e degli adolescenti: nello stesso tempo, però, è anche luogo di conflittualità provocate dalla impossibilità di gestire tutte le relazioni complesse che intercorrono tra i soggetti che vi interagiscono, conflitti che come dicevamo si verificano tra i ragazzi, tra i ragazzi e gli insegnanti, tra le famiglie e la istituzione scolastica e, spesso, persino tra docenti.

In questo modo, le dinamiche conflittuali tendono ad allargarsi ed a rendere difficile la convivenza.

Altrettanto di frequente accade che i comportamenti dei cd. ragazzi difficili, provochino da parte della scuola strategie di tipo disciplinare che hanno come obiettivo quello di arginare il caos ed il disordine, ma che, di fatto, provocano una sorta di corto circuito che brucia ogni ulteriore

possibilità di costruire un ordine condiviso.

Per uscire da questo stato di impasse è necessaria l’individuazione di uno spazio neutro che permetta di superare l’irrigidimento delle posizioni, di cambiare le definizioni negative dei ruoli, di riaprire la comunicazione interrotta e di superare quella ridondanza di azioni e reazioni negative.

La mediazione scolastica si pone quindi come obiettivo quello di far conoscere ai ragazzi un modo diverso di affrontare il conflitto, una modalità alternativa alla fuga ed

all’aggressione: essa mostra ai ragazzi ed agli adulti quanto sia importante imparare ad accettare

l’altro, accoglierlo, ascoltarlo ed essere ascoltati.

Oltre a costituire una valida opzione rispetto alle classiche misure disciplinari, il percorso mediativo può essere, parallelamente ad altre iniziative, propedeutico ad una educazione alla legalità perché aiuta ad apprendere che i comportamenti devianti non sono solo una infrazione ad una norma astratta, ma sono un ledere i diritti, spezzare le emozioni, provocare sofferenza psichica nell’altro.

Proponendo ai ragazzi difficili uno SPAZIO in cui poter essere ascoltati, si offre loro un aiuto per superare il basso livello di autostima e la mancanza di rispetto, soprattutto nei confronti di se stessi, sentimenti che, spesso, sono la causa di comportamenti disturbanti ed ingestibili.

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